IL JINN

Avete mai sentito parlare dei jinn? No, non il genio della lampada che esaudisce i vostri 3 più grandi desideri solo perché avete strofinato la lampada in un certo modo… proprio i jinn.

Stiamo parlando  di creature molto più antiche e misteriose di cui si raccontava nel deserto arabo migliaia di anni fa. Così come gli esseri umani sono creati dalla terra,i jinn sono invece creature generate dal fuoco, ed entrambi sono dotati di libero arbitrio. Così ci raccontano le antiche leggende arabe…

Da come vengono presentati nelle narrazioni antiche, i jinn potrebbero sembrare dei diavoletti, degli esserini malvagi con cattive intenzioni che cercano di ingannare gli umani e minacciare la nostra esistenza serena sulla terra. Eppure, il loro ruolo è molto più complesso e articolato di così. Proprio perché sono dotati di libero arbitrio come noi, possono scegliere se agire in nome del bene o in nome del male. Non sono intrinsecamente cattivi, sono solo esseri un po’ birbanti che forse hanno più poteri magici di noi e ciò, a volte, spaventa gli umani. 

Tuttavia, ciò che molti ignorano è che questo jinn rappresenta, nelle storie, l’antenato del buffo genietto della lampada di Aladdin che tutti conosciamo. Ma come è potuta avvenire questa trasformazione?  La storia che vi sto per raccontare ci ricorda come le leggende, le credenze, il folklore, nascono da esigenze che accompagnano gli esseri umani da sempre: dal bisogno di spiegare la paura dell’ignoto, dal desiderio di spiegare l’inspiegabile, o anche dalla capacità infinita dell’immaginazione umana di creare mondi di fantasia.

I jinn non sono un’invenzione dell’Islam: queste creature esistevano già nelle storie e nelle credenze di molti popoli antichi, molto prima che il Corano ne parlasse. I poeti arabi dell’epoca preislamica, ad esempio, erano convinti di ricevere i loro versi direttamente da un jinn personale, una sorta di spirito-musa che li ispirava — e nei loro componimenti il deserto era popolato di esseri misteriosi e incontri soprannaturali. Ma non finisce qui: se andiamo ancora più indietro, troviamo creature simili anche nell’antica Mesopotamia, come i temibili ūtukku babilonesi, spiriti vagabondi che si aggiravano in luoghi isolati e pericolosi. Persino nella Bibbia compaiono i shedim, demoni con caratteristiche non troppo diverse. Il problema è che gran parte di queste storie viaggiava di bocca in bocca, e molte furono scritte solo secoli dopo — il che rende difficile capire dove finisce una tradizione e dove ne comincia un’altra. Nei racconti della tradizione orale che si tramandano infinitamente nei secoli, si narrava che essi abitassero luoghi selvaggi, come deserti immensi, montagne rocciose o in fiumi ameni.  Esistevano diversi tipi di jinn. I più potenti erano gli Ifrit, capaci di cambiare forma e seminare il caos ovunque andassero. Le tribù facevano offerte ai jinn per tenerli buoni. Perché? Beh, si credeva che potessero causare malattie strane, follia e tutti quei problemi che gli esseri umani non riuscivano a spiegare. Insomma, i jinn rappresentavano, in forma allegorica, tutto ciò che le persone non potevano controllare: il destino imprevedibile, le disgrazie improvvise, gli eventi inspiegabili.

Quando l’Islam iniziò a raccontare i Jinn

Con l’espansione dell’Islam nel VII secolo d.C. in Arabia Saudita verso il Nord Africa e altre regioni dell’Asia, qualcosa di interessante accadde: i jinn non scomparvero dalle narrazioni folkloristiche, ma vennero integrati nelle narrazioni della nuova religione. Il Corano stesso spiega la loro esistenza: mentre gli angeli furono fatti di luce pura e gli umani con l’argilla, i jinn furono creati da Allah dal “fuoco senza fumo”. Ad entrambi umani e jinn venne donato il libero arbitrio. Proprio come noi, possono scegliere tra il bene e il male!

Ciò lo dimostra il fatto che così come sono esistiti alcuni jinn che ascoltarono gli insegnamenti del profeta e si convertirono all’Islam, così si narra anche di jinn che invece furono trasformati da Allah in diavoli. Una storia eclatante è sicuramente quella di Iblis, un jinn molto potente che si ribellò ad Allah. Quando Allah chiese a tutti gli esseri di inchinarsi davanti al primo uomo, Adamo, Iblis rifiutò. Non osava inchinarsi al cospetto di un essere fatto di argilla: lo trovava ripugnante e si riteneva superiore, essendo nato dal fuoco. Per questa disobbedienza Allah lo cacciò dal paradiso e divenne Shaytan, il diavolo.

Vi è una figura così iconica nelle leggende millenarie dei nostri antenati, che unisce la memoria della religione ebraica, cristiana e islamica. Secondo la tradizione islamica, Allah diede proprio a Re Salomone il potere di comandare i jinn, oltre che gli animali e tante creature della terra sia reali che di fantasia.  Ma… solo Salomone poteva farlo, grazie al potere divino che gli era stato conferito. Alle persone normali era vietato cercare di controllare i jinn. L’unico modo di cui potevano disporre per proteggersi da quelli malvagi è recitare versetti sacri e invocare il nome di Allah.

Tra tutti i jinn, ce n’è uno particolarmente spaventoso di cui vale la pena parlare: la Ghul. Questa creatura demoniaca viveva nei luoghi più desolati del deserto, costantemente in agguato, in attesa di qualche innocuo passante da catturare. Il suo trucco era terribile ma efficace: si trasformava in una bellissima donna per attirare i viaggiatori solitari. Una volta conquistata la loro fiducia, li conduceva fuori strada e…li divorava! Sì, avete capito bene: era una specie di cannibale del deserto. Nella poesia araba antica venivano descritti come mostri orribili con zanne affilate. 

Un messaggio nascosto nelle stelle

La Ghul esiste anche nella memoria delle stelle: mitologia greca e folklore arabo si incontrano in cielo, con la leggenda che ruota attorno alla costellazione di Perseo. La principale stella di Perseo (che prende il nome dall’eroe greco che uccise la Gorgone Medusa) e la sua stella principale si chiama Algol. Algol viene dall’arabo “Ra’s al-Ghul“, che significa “testa del demone”. Questa stella ha una particolarità: cambia luminosità in modo regolare, come se aprisse e chiudesse un occhio. Per molte culture antiche era considerata una stella sfortunata.

Possiamo vedere in questo incrocio tra mitologia greca e araba un messaggio importante: le culture si influenzano a vicenda da sempre. Le storie viaggiano, si mescolano, creano ponti tra mondi apparentemente lontani. La costellazione di Perseo, con la testa di Medusa che diventa “la testa del demone” arabo, è il simbolo perfetto di questo scambio culturale. Non c’è una cultura “pura” o isolata: le culture dialogano da millenni tra di loro e le storie che raccontiamo ne sono una prova.

Quando la letteratura si appropriò del jinn

Come i potenti e pericolosi jinn sono diventati il simpatico genio della lampada? Tutto iniziò quando in Europa si scoprì “Le Mille e una Notte”, la famosa raccolta di racconti arabi. Traduttori europei come Antoine Galland presero queste storie le cambiarono parecchio. Aggiunsero racconti che non esistevano nelle versioni originali (sì, anche la storia di Aladino!) e semplificarono molti aspetti del folklore arabo. 

Insomma, con un gioco di parole si prese forse un po’ di fretta la parola “genio” per spiegare al pubblico occidentale cosa fossero i jinn. Da spiriti liberi e potenzialmente pericolosi, i jinn erano diventati… servi! Intrappolati in oggetti, costretti a obbedire agli esseri umani. Davvero una trasformazione radicale!

Ma vediamo da vicino l’etimo di queste due parole. Genio e jinn non sono una letterale traduzione l’uno dell’altro e, se guardiamo in profondità, dietro a queste due parole si nascondono due storie, due origini completamente diverse. 

Il termine italiano genio affonda le sue radici nel vocabolo latino genius, che a sua volta trae origine dal sanscrito g’ànya. Quest’ultimo indicava una potenza creatrice naturale, concetto affine a quello espresso da “geno”, ovvero generare o produrre. Mutuando il concetto dalla tradizione teologica etrusca, i Romani impiegavano questa parola per identificare un’entità protettrice benevola, una sorta di angelo custode associato agli individui di sesso maschile. Si riteneva che tale spirito nascesse contestualmente a ciascun uomo e lo accompagnasse per tutta l’esistenza, con la funzione di orientarne le scelte e garantirne il benessere. Col passare del tempo, il significato del termine si è evoluto, arrivando a indicare una particolare disposizione dell’animo o della mente, diventando così equiparabile a concetti come talento, ingegno e capacità intellettive affini.

L’origine etimologica del termine in arabo, invece, è stata a lungo dibattuta. Attualmente si ritiene che derivi dal semitico gianna, ovvero “coprire”: i jinn sarebbero dunque gli esseri che ricoprono o opprimono l’uomo attraverso le loro azioni occulte.

Ma perché il genio della lampada è diventato così popolare? Pensateci bene: il genio è una figura magica che può realizzare tre dei tuoi desideri più grandi quello che vuoi senza fatica! Non devi lavorare sodo, non devi ereditare una fortuna, non devi fare investimenti. Basta un desiderio e… puff! Appare quello che vuoi. È l’allegoria perfetta dei desideri cui spesso gli umani si abbandonano, di poter soddisfare dei desideri senza responsabilità. Ciò però non è sempre molto maturo!

La prossima volta che vedrete il genio di Aladdin in un film, ricordate: dietro quella figura buffa e colorata si nasconde una tradizione millenaria di spiriti del fuoco, creature potenti nate dal deserto, esseri con libero arbitrio che hanno attraversato secoli di storia.

FONTI: 

  • Wikipedia IT — voci Jinn, Algol, Aladino e la lampada meravigliosa Licenza Creative Commons CC-BY-SA, liberamente riutilizzabile con attribuzione. https://it.wikipedia.org/wiki/Jinn
  • World History Encyclopedia — voce Jinn Contenuto gratuito online con licenza CC-BY-NC-SA.  https://www.worldhistory.org/Jinn/
  • EarthSkyAlgol, the Demon Star Liberamente accessibile e consultabile online.  https://earthsky.org/brightest-stars/algol-the-demon-star/
  • Ford, C. (2023)The Evolution of the Jinn in Middle Eastern Culture and Literature Tesi accademica open access, scaricabile e citabile liberamente. https://scholarworks.uark.edu/wllcuht/8/