(IN)CANTA STORIE
Tantissimo tempo fa esistevano personaggi speciali che conoscevano le storie più belle dei popoli antichi. Il loro lavoro era non solo quello di narrare e incantare le menti dei loro ascoltatori, ma avevano anche una grossa responsabilità, che cresceva di importanza man mano che gli anni passavano e che le storie aumentavano: la responsabilità di custodire la memoria dei popoli, gli insegnamenti, i princìpi (no, non i prìncipi) e le morali della loro civiltà, affinché non venissero
scordati con il passare del tempo. Sto parlando dei cantastorie e oggi vi voglio parlare di quelli che vivevano nell’Asia e nel Nord-Africa. Vi narrerò le storie dei cantastorie. Ebbene sì, anche loro hanno una storia tutta loro.
Nelle terre del Medio Oriente questi narratori avevano nomi diversi: Rawi, Hakawati, Naqqal. Erano come i nonni che raccontano fiabe ai nipotini, o come i parroci delle varie cittadine, ma lo facevano per tutto il paese e anche con tanta arte! Ti ricordi Sherazade, la principessa de Le Mille e una Notte? Lei è la più famosa cantastorie di sempre! Ogni notte raccontava una storia diversa al re, e le sue parole erano così belle che il re aspettava con ansia la sera successiva per sapere come finiva il racconto. Erano talmente belle, che riuscì a curare il re dalle sue rabbie e dai suoi tormenti più tremendi.
GLI HAKAWATI: I CANTASTORIE ARABI
Io sono un Hakawati. Questo nome significa “colui che dà vita alle storie”.
Il mio lavoro è bellissimo: so raccontare storie che fanno ridere, pensare e sognare. Sono come un maestro, ma invece di insegnare con i libri, insegno con le storie! Attraverso i miei racconti posso trasmettere valori, morali e principi della nostra civiltà. Infatti, le madri cercano sempre il mio aiuto, preoccupate di trasmettere un’educazione ai propri figli. Solo tramite le narrazioni di noi Hakawati passano i racconti che le nostre genti conoscono. Non c’è altra testimonianza delle nostre storie antiche se non tramite la nostra orazione: niente manoscritti, libri o documenti.
Le mamme mi chiedono spesso di raccontare favole ai loro bambini, perché nelle mie storie ci sono sempre insegnamenti importanti: come essere coraggiosi, come aiutare gli amici, come rispettare gli altri.
Non abbiamo libri scritti. Tutte le storie le impariamo a memoria e le raccontiamo a voce. È come un gioco del telefono senza fili che va avanti da centinaia di anni!
Prima lavoravo in un caffè vicino a una moschea bellissima a Damasco, in Siria. La gente si sedeva, beveva il tè e mi ascoltava raccontare. Poi è arrivata la guerra e il luogo dove mi esibivo è stato distrutto.
Sono dovuto andare via dal mio paese e ora vivo in Giordania. Lì continuo a raccontare storie nelle scuole e nei centri culturali. A volte, mentre racconto, chiedo ai bambini: “E secondo voi, cosa succede dopo?” Così anche loro si possono sentire dei piccoli cantastorie!
Anche se la guerra ha distrutto tante cose, non può distruggere le nostre storie. Le portiamo sempre nel cuore, ovunque andiamo.
I NAQQAL: I NARRATORI PERSIANI
L’arte di noi Naqqal è antica tanto quanto la Persia stessa. Gli scenari in cui si svolgono le narrazioni, le immaginazioni che suscitiamo nella fantasia del nostro pubblico, si svolgono tutte tra le terre che un tempo abbracciavano gli attuali Iran, Afghanistan, Tagikistan, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Turchia e Daghestan. Fondo versi e prosa con gesti evocativi, movimenti coreografici, talvolta accompagnandomi con melodie e rotoli dipinti che diventano la mia scenografia mobile. Sono in grado di dar vita a personaggi, eroi luminosi e antagonisti oscuri con barlumi di umanità, celebro Dio, l’integrità spirituale, l’amore per la patria, la devozione familiare. Ma la mia responsabilità più importante è quella di trasmettere la memoria dello Shah-name, il Libro dei Re composto dal grande poeta Ferdowsi mille anni fa. Quest’epopea è il cuore pulsante della nostra identità persiana, custode della memoria zoroastriana fino alla caduta del nostro comandante Yazdgard III sotto le armate arabe. Ma la nostra stirpe sente il peso dei secoli. Noi morsheds, i narratori più anziani ed esperti, invecchiamo, e sempre meno giovani si candidano per seguire i nostri insegnamenti. Per molti anni, il mio fedele e giovane bach morsheds mi ha assistito per imparare la mia arte e io ero il suo mentore. Nella mia regione ci sono così pochi bach morshed che li si possono contare sulle dita di una mano, ma sono eccellenti e talentuosi.
Da soli portano sulle spalle il carico di generazioni e generazioni di morsheds.
Dal 2011 l’UNESCO ci ha riconosciuti come patrimonio in urgente bisogno di salvaguardia. Temo che presto nessuno ricorderà più come far rivivere le parole di Ferdowsi, come evocare gli alp che combattevano per la libertà, come raccontare di quei re che erano i Sahibqiran, mentori e guide spirituali del loro popolo. Eppure, persisto con il mio mestiere: finché avrò voce, sarò custode vivente di questa memoria. I dastangoi dell’Asia Centrale, gli ozan e i bakhshi delle steppe condividono la mia missione. Stanotte reciterò ancora, per chi mi ascolterà, per chi non c’è più, per chi forse un giorno tornerà a cercare queste storie. Perché io sono il ponte tra le nebbie della cosmogonia e l’avvento dell’Islam, tra l’antica Persia e il presente che scivola via troppo in fretta.
I BAKHSHI: I MUSICISTI NARRATORI
Mio nonno diceva sempre che il dotār sceglie il suo musicista, non il contrario. Io, a sette anni fui scelto da un dotār da cui assaporai per la prima volta quel dialogo silenzioso tra le corde di quello strumento.
Essere un suonatore Bakshi è una responsabilità che ti lega all’intera comunità, come le radici legano l’albero alla terra. Quando prendo in mano il dotār e comincio a suonare il Navāyī, quel magham fluido e senza ritmo che accompagna i versi gnostici, non sono più soltanto io: divento il filo conduttore che unisce il passato al presente e nelle notti d’estate, quando il dotār risuona sotto le stelle del Khorasan, sento l’imponenza di tutte le generazioni di Bakhshis che mi hanno preceduto.
Ho imparato nella bottega di mio zio, il quale prima mi insegnò i magham turchi, il Tajnīs con le sue variazioni eleganti, il Gerāyelī che si snoda come un fiume. Poi vennero i canti religiosi dello Shākhatāyī, e infine il Loy, quel magham romantico antico che i curdi Kormanj del Khorasan settentrionale custodiscono come un tesoro segreto.
Quando suono, per la mia gente, sono per loro una fonte non solo di fantasiose melodie e incantesimi, ma soprattutto sono fonte di leggi morali, principi etici che hanno guidato le vite dei nostri antenati. A volte mi chiamano per mediare litigi delle persone comuni, perché un Bakhshi non è solo un cantastorie: siamo giudici quando serve giustizia, guaritori quando serve conforto, custodi della memoria quando il mondo minaccia di dimenticare.
A cura di Benedetta Breggion


